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La Curt de l’America

Ieri ci abitavano veneti e bergamaschi. Oggi gli egiziani. Il documentario su una delle case di ringhiera più vecchie.

Giovedì 31 marzo – Non si può capire via Padova se non si entra nei cortili delle case di ringhiera. Ieri ci abitavano veneti, bresciani, bergamaschi, calabresi e altri immigrati dalle zone povere del Belpaese. Oggi ci vivono egiziani, bengalesi, cinesi, filippini… arrivati dalle zone povere del mondo. E queste case di ringhiera sono le stesse di cinquanta, sessant’anni fa. Mai ristrutturate. Come nel caso della Corte d’America (nella foto), al civico 275, alle porte di Crescenzago: da sempre viene chiamata così, nessuno sa bene perché. Forse perché nei primi anni del secolo scorso era l’approdo di contadini e montanari lombardi che arrivavano a Milano: ci stavano qualche settimana o mese in attesa di fare i documenti per l’America. E proprio di fronte alla casa c’era la fermata del tram che portava alla Stazione Centrale, dove prendevano il treno per Genova da cui salpavano carichi di sogni.  

Sulla Corte d’America l’associazione culturale Villa Pallavicini ha prodotto un bel documentario, nell’ambito del progetto Rane Volanti (di cui anche questo blog fa parte) finanziato dalla Fondazione Cariplo. La prima proiezione de “La curt de l’America” è prevista per domenica 3 aprile, alle ore 18, nella sede dell’associazione in via Meucci 3I registi Francesco Cannito e Lemnaouer Ahmine hanno raccolto le storie degli italiani, che in questa corte ci sono nati e hanno vissuto per decenni, e quelle dei nuovi inquilini, quasi tutti egiziani. Due racconti paralleli che hanno tante cose in comune: la povertà, il duro lavoro, ma anche il sentirsi una famiglia, perché la corte crea legami fra le persone che la abitano. “Questo caseggiato è il simbolo dell’immigrazione a Milano -spiega Francesco Cannito-. E ci permette di capire quanto l’integrazione sia difficile e dolorosa”. 

Il racconto degli italiani è intriso di nostalgia: il tempo ha attenuato i ricordi delle fatiche e predominano quelli di un’esistenza semplice, con i bambini che facevano il bagno nel Naviglio o disputavano interminabili partite di calcio nel cortile. Nelle parole degli stranieri c’è l’amarezza dei sogni infranti: speravano di migliorare la loro vita e invece si ritrovano ad essere senza permesso di soggiorno, con lavori in nero e malpagati. Abitano in cinque o sei nei monolocali di 30 metri quadri per dividersi il peso dell’affitto di circa 500 euro al mese. 

La signora Giancarla racconta: “In quella casa sono nata e ci ho vissuto per 65 anni. Della Corte d’America ho amato anche i sassi. Quando sento che qualcuno ne parla male mi sale la pressione”. Hamed: “Le forze dell’ordine vengono spesso a fare controlli. Sono gentili, corretti, ma alla fine tutto è umiliante“. Andate a vederlo.

Di me tempo fa ho scritto: "Cammino molto e sono un giornalista. Le due cose si sposano bene, perché mi piace l'idea che un giornalista debba consumare le suole delle scarpe". Ora giro per Milano anche in bici e quindi consumo pure i copertoni. Scrivo su Redattore Sociale e mi trovate su Facebook.

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