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Andrea Rottini (Redattore)
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  • Europa

    All'estero sparano nelle scuole, da noi si ammazzano tra loro

    L'età dell'innocenza non c'è più. Notizia di oggi: a Baku, città petrolifera dell'Azerbaigian, uno studente ha fatto irruzione nel suo ateneo uccidendo otto compagni e un insegnante, prima di togliersi la vita (leggi da Corriere.it). E questo è solo l'ultimo episodio di una tragica serie di stragi scolastiche, inaugurata nel 1999 con l'eccidio di Columbine, Colorado, dove due ragazzi entrarono armati nella scuola uccidendo 12 compagni, un insegnante e ferendo altre 24 persone, prima di togliersi a loro volta la vita. Un episodio che sconvolse il mondo, raccontato dal regista Michael Moore in un documentario da Oscar (Bowling a Columbine, 2002).

    Dopo quella strage, la furia omicida nelle aule scolastiche è esplosa di nuovo: negli ultimi tre anni, ancora negli Stati Uniti (università Virginia Tech, 2007, 32 morti), in Finlandia (istituto professionale di Kauhajoki, 2008, 10 morti) e in Germania (liceo di Widdenden, 2009, 15 morti). Un virus letale che in questi Paesi trova nella facile reperibilità di armi da fuoco un propellente micidiale. E forse anche per questo l'Italia è stata finora risparmiata da stragi di questo genere, anche se sulle nostre prime pagine non mancano nerissimi episodi di cronaca che vedono protagonisti cosiddetti "ragazzi comuni".

    L'ultimo è accaduto pochi giorni fa a Varese, dove due giovani di 18 e 20 anni hanno ammazzato e sepolto in giardino un loro amico di appena 17 anni, con modalità che gli inquirenti hanno definito "di inaudita ferocia" (leggi la notizia su Repubblica.it). Episodi come questo sono forse i vertici estremi di una deriva più vasta, su cui oggi ragiona Isabella Bossi Fedrigotti sul Corriere della Sera, con un editoriale dal titolo "I nostri figli senza maestri". Una riflessione che vale la pena leggere.

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