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Davide Musso (editor)
davidemusso@terre.it
Scrittura, editoria, dintorni: l'ennesimo blog letterario
  • le dieci regole del vecchio Elmore

    Se sembra scrittura, riscrivi tutto.

    La mia regola più importante è una regola che riassume tutte le altre dieci.

    Se suona come scrittura, lo riscrivo.

    Oppure, se l'uso appropriato diventa d'intralcio, può darsi che debba farsi da parte. Non posso permettere che quello che abbiamo imparato a proposito della composizione di un testo in inglese spezzi il suono e il ritmo della narrazione. È il mio tentativo di rimanere invisibile, di non distrarre il lettore dalla storia con una scrittura ovvia. (Joseph Conrad disse qualcosa a proposito delle parole che intralciano quello che vorresti dire).

    Se scrivo per episodi e sempre dal punto di vista di un personaggio in particolare - quello il cui punto di vista porta in vita al meglio la scena - sono in grado di concentrarmi sulle voci dei personaggi che ti raccontano chi sono e come si sentono rispetto a quello che vedono e a quello che sta accadendo, e io resto invisibile.

    Quello che fece Steinbeck in Quel fantastico giovedì fu di intitolare ogni capitolo come un'indicazione, sebbene oscura, di quello che i capitoli trattano. Uno è "Gli dèi fanno impazzire quelli che amano", un altro "Uno schifoso mercoledì". Il terzo capitolo è intitolato "Hooptedoodle 1" e il trentottesimo "Hooptedoodle 2" a mo' di avvertimenti al lettore, come se Steinbeck stesse dicendo: "Qui è dove mi vedrai fare voli pindarici con la mia scrittura, e la scrittura non andrà nella direzione della storia. Se vuoi, saltali".

    Quel fantastico giovedì uscì nel 1954, quando io ero appena agli inizi delle mie pubblicazioni, e non ho mai dimenticato quel prologo.

    Se ho letto i capitoli sugli hooptedoodle? Ogni parola.

     

    [Le dieci regole in italiano sono qui; l'originale, invece, qui]

     

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