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Miriam Giovanzana (direttore editoriale)
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non spezzerà una canna già incrinata
  • Attualità

    Ricordate la nave "Artic Sea"? Che fine ha fatto?

    Ricordate? Il 25 luglio la nave "Arctic Sea" era stata assaltata al largo della Svezia da un gruppo di uomini mascherati che si erano spacciati per poliziotti antidroga. L'ultima volta era stata avvistata al largo di Brest (Francia). Dopo di che più nulla, fino al 17 agosto quando il ministro russo della Difesa, Anatoli Serdioukov, ha reso noto che l'imbarcazione era stata rintracciata a circa 500 chilometri da Capo Verde e l'intero equipaggio trasferito sulla fregata russa cacciasommergibili Ladny.

    La "Arctic Sea" era diretta al porto algerino di Bejaja dove avrebbe dovuto arrivare il 4 agosto; a bordo, ufficialmente, un carico di legname finlandese da valore di circa 1,6 milioni di euro.

    All'inizio di settembre si diffonde la notizia che il giornalista che per primo aveva denunciato un "carico segreto"  ha dovuto fuggire fuori dai confini russi. Ecco quanto scrive Astrit Dakli sul Manifesto del 4 settembre.


    Minacce di morte a un giornalista russo. Ma questa volta la purtroppo ormai consueta storia dell'attacco alla libertà di espressione si intreccia a un'oscura e per certi versi affascinante vicenda di navi, pirati e traffici internazionali. Più il tempo passa, infatti, e più si infittisce, invece di sciogliersi, il mistero che circonda la vicenda della «Arctic Sea», la nave-cargo russa battente bandiera maltese, partita dalla Finlandia con un carico di legname destinato all'Algeria, abbordata e sequestrata il 25 luglio nel Mar Baltico da presunti pirati estoni, «scomparsa» dai radar per venti giorni e infine «liberata» il 17 agosto, 300 miglia al largo delle isole di Capo Verde, dalla fregata «Ladny», una nave da guerra spedita appositamente da Mosca in mezzo all'Oceano Atlantico per la caccia alla nave fantasma. L'ultima novità di questa storia, ieri, è stata la fuga dal territorio russo del giornalista Mikhail Voitenko, direttore del giornale di marineria Sovfrakht che per primo aveva parlato del sequestro, ipotizzando che la nave portasse un carico illegale segreto di tipo militare e che nella vicenda fossero coinvolti diversi servizi russi e internazionali.
    Voitenko ieri ha rivelato, da Istanbul dove si trovava, di aver lasciato il suo paese su consiglio di «persone molto serie» che lo hanno informato di gravi minacce pendenti sulla sua testa, «una macchina che si è messa in moto e non può più essere fermata». «Quanto tempo ho per andarmene?», ha chiesto Voitenko alla voce maschile che gli stava parlando al telefono. «Ore», è stata la risposta. Al che il giornalista ha preso il primo aereo per la Turchia, dove i russi possono entrare senza visto, e se ne è andato. Voitenko comunque ha fatto intendere che le minacce erano di due tipi: di un attentato alla sua vita, ma anche di un imminente arresto, forse per spionaggio.

    Nessuna spiegazione
    In effetti, finora gli inquirenti - gli investigatori della Procura generale russa, in primo luogo, ma anche le magistrature finlandese, svedese, estone e lettone - nonostante siano passati ormai più di due settimane dal ritrovamento della nave scomparsa e dall'arresto degli uomini che l'avrebbero sequestrata, non hanno fornito la benché minima spiegazione dei misteri relativi al sequestro della «Arctic Sea».
    E cioè (1) il suo effettivo carico: Voitenko, e dopo di lui molti altri, parlano di armi di contrabbando, «di grande valore», ma le ipotesi sono le più diverse, compresa quella di parti di armi atomiche. (2) L'effettiva identità dei presunti pirati e dei loro mandanti: un gruppo privato coinvolto in una faida mafiosa? oppure uomini dei servizi segreti internazionali - molti puntano sul Mossad israeliano, deciso a sventare un traffico minaccioso per Israele - coinvolti in traffici oscuri? (3) L'effettiva destinazione della nave sequestrata, prima di essere «liberata»: un paese africano, o il Medio Oriente? (4) Le vere modalità del sequestro: non si sa esattamente quando e dove sia avvenuto (la sera del 24 luglio o il giorno successivo? in acque territoriali svedesi o in mezzo al Baltico?) e c'è persino chi ipotizza che tutta la vicenda sia servita a «coprire» e far passare inosservato, nelle stesse ore fra il 24 e il 25 luglio, un altro cargo, più piccolo, che navigava di conserva con la «Arctic Sea» e che avrebbe portato il «vero» carico segreto.
    E a tutti questi misteri non spiegati se ne sono aggiunti altri, non meno inquietanti, relativi alla gestione del dopo-sequestro da parte delle autorità russe. Misteri che le minacce a Voitenko e la sua conseguente fuga non fanno che rendere più torbidi.
    Tanto per cominciare, la nave. Una volta sgominato - peraltro senza colpo ferire, il che è già strano di per sè - il gruppo di pirati che l'aveva sequestrata, la «Arctic Sea» è stata sommariamente esaminata dai militari russi, che non vi hanno trovato nulla di anormale - nessun carico strano, ecc. - e quindi spedita al porto di Novorossijsk, sul Mar Nero, «per un esame più approfondito». Da Capo Verde a Novorossijsk ci sono sette-otto giorni di navigazione, ma a tutt'oggi ne sono passati quindici e la nave, si apprende da fonte militare, «si sta avvicinando al Mediterraneo», cioè si trova appena a un terzo del percorso. Come mai tanta lentezza?
    In secondo luogo, l'equipaggio, costretto dopo la «liberazione» a un silenzio quasi carcerario. Come mai non è possibile stabilire alcuna comunicazione con chi si trova a bordo (il capitano e quattro marinai)? Un rappresentante del sindacato marittimi russo ha affermato ieri che «i sistemi di comunicazione della nave sono fuori uso, ma non posso capire perché le nostre autorità non abbiano predisposto a bordo un banale sistema radio, almeno per consentire ai marinai di far sapere alle famiglie che tutto va bene». Di fatto, finora il capitano e i quattro marinai non hanno potuto comunicare con nessuno, a parte una telefonata fatta lunedì alla società armatrice, la Solchart di Arkhangelsk, e subito secretata.
    E non solo i cinque rimasti a bordo della «Arctic Sea» ma anche gli altri undici marinai riportati in aereo a Mosca il 17 agosto non hanno potuto parlare: per parecchi giorni sono stati tenuti in isolamento, senza contatti neanche con i familiari, poi sono stati spediti a casa, ad Arkhangelsk, con una rigida consegna del silenzio - finora rispettata in modo assoluto. D'altra parte, già pochi giorni dopo il sequestro, quando della nave non si sapeva niente, i familiari dei marinai avevano chiesto alla magistratura russa di aprire un'inchiesta (lo aveva rivelato proprio Voitenko) ma la cosa era stata messa a tacere. Sapevano già che non si trattava di un «normale» caso di pirateria?

    «Qualcosa di diverso»
    In terzo luogo, il carico - cioè presumibilente il nocciolo della vicenda. Le diverse fonti russe hanno fornito informazioni molto contrastanti su quel che trasporta (o trasportava, durante i giorni del sequestro) la «Arctic Sea». I responsabili della Marina militare, come detto, hanno detto che a bordo non è stato trovato niente di diverso dal legname dichiarato all'imbarco in Finlandia; ma il vice capo della Procura di Mosca incaricata dell'inchiesta ha ammesso di «non escludere» che la nave portasse «qualcosa di diverso dal semplice legname». Su cosa si basa la Procura, visto che l'unica fonte disponibile per ora è la Marina militare?
    Infine, i pirati. Arrestati senza problemi, portati a Mosca in volo e chiusi nel carcere di Lefortovo, gli otto sequestratori sono risultati essere sei cittadini estoni, un russo e un lettone. Ma sempre la Procura afferma che «gli imputati che risulteranno cittadini stranieri verranno processati dalle rispettive magistrature nazionali»: come a dire che l'identità degli otto non è certa, e soprattutto che si pensa a estendere le imputazioni anche contro altre persone, oggi libere. Ma chi? E perché mettere le mani avanti sul fatto che gli stranieri non verranno processati in Russia?
    Quanto agli otto rinchiusi, facce sprezzanti e fisici da «corpi speciali», hanno respinto le accuse di pirateria e rapimento elevate contro di loro dalla Procura, ma non hanno potuto fornire a nessuno una loro propria versione dei fatti: l'unica voce che si è sentita, al momento del trasferimento in carcere, è stato uno di loro che asseriva di aver agito su commissione di «un gruppo ambientalista, non so, una cosa commerciale». Poi, silenzio.

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