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Miriam Giovanzana (direttore editoriale)
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non spezzerà una canna già incrinata
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    Ecco chi governerà il Paese, nonostante le proteste. Tra loro anche una donna, ministro della Sanità

    Il parlamento ha approvato 18 dei 21 ministri proposti dal presidente Ahmadi Nejad. Fra loro anche una donna, nuovo ministro della Sanità. Ecco l'articolo di Marina Forti, sul Manifesto del 4 settembre.


    Infine, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadi Nejad ha un governo. Il Majlis (parlamento) ha concluso ieri il suo dibattito, votando la fiducia a 18 dei 21 ministri proposti (nel sistema istituzionale iraniano la fiducia non è espressa al gabinetto nel suo insieme ma a ciascuno dei suoi membri). Un «tasso di approvazione» più che discreto, se si considerano le polemiche che hanno preceduto il voto: la figura di Ahmadi Nejad, messa in questione dalle proteste scoppiate dopo il voto presidenziale del 12 giugno, e da numerose critiche anche tra i conservatori, ne esce di sicuro rafforzata.
    Il parlamento ha in particolare accordato la fiducia alla signora Marzieh Vahid-Dastjerdi, ministro della sanità: è la prima donna ministro dalla Rivoluzione islamica del 1979 (una donna era nel governo del riformista Mohammad Khatami nel 1998, Massumeh Ebtekhar, ma come vicepresidente). Dastjerdi, poco più di 50 anni, medico ginecologa, è docente all'università di Tehran e nel comitato di redazione della rivista sulla salute riproduttiva.
    La sua nomina - insieme a quella di altre due signore, Fatemeh Ajorlu per il ministero del welfare e Sussan Keshavarz all'istruzione - è stata un bel colpo di immagine al presidente Ahmadi Nejad. Certo non ha mosso l'opinione riformista - le tre signore hanno traiettorie politiche molto conservatrici; Ajorlu da deputata aveva proposto una legge che avrebbe permesso agli uomini di prendere altre mogli senza consultare la prima (non è passata); Danesjou aveva proposto di creare ospedali separati per le donne (anche questa fu accantonata, per i costi e l'impraticabilità). E però, mentre siti e weblog riformisti discutevano se bisognava guardare più al valore simbolico positivo di tre donne al governo - o ai valori ultraconservatori che le tre in questione rappresentavano, in campo conservatore si sono levate voci opposte. Alla fine, Ajorlu e Keshavarz sono state bocciate per «inesperienza», la stessa ragione addotta per bocciare il ministro proposto per l'energia.
    Quello che più conta per il presidente Ahmadi Nejad però è che i ministri chiave - interni, esteri, intelligence, difesa e perfino petrolio, che pure aveva suscitato molte obiezioni - sono stati approvati. All'intelligence va così Haidar Moslehi, ex consigliere di ahmadi Nejad ed ex «rappresentante della Guida suprema» nel corpo paramilitare dei Basij. Agli interni va Mostafa Mohammad Najjar, uomo delle Guardie della rivoluzione (l'istituzione più capillare e ormai più potente in Iran, non solo struttura militare ma anche forza politica ed economica).
    Agli esteri è confermato il ministro Manoucher Mottaki, uno dei pochi «sopravvissuti» del gabinetto precedente: Ahmadi nejad ha sostituito soprattutto quanti (e non sono pochi) avevano criticaro la sua gestione delle proteste post voto. La politica estera sarà uno dei punti più delicati dell'immediato futuro; è però anche il terreno su cui l'autorità del presidente è più limitata: il dialogo sul nucleare, in particolare, sta al consiglio di sicurezza nazionale.
    Il nuovo ministro del petrolio, Massoud Mirkazemi, è quello che ha avuto il consenso più basso (147 voti, appena sufficente). Era considerato troppo poco esperti per gestire il ministero che dovrà cercare di espandere le prospezioni e la produzione di petrolio e gas naturale (la principale fonte di reddito dell'Iran) in una situazione di sanzioni internazionali.
    Polemiche aveva suscitato anche la nomina al minuistero dell'università di Kamran Danesju, amico stretto di Ahmadi Nejad e capo delle operazioni elettorali al ministero dell'interno durante le ultime elezioni. Ma anche lui è stato approvato, e questo aumenta i timori di quanto vedono prepararsi un'ondata repressiva nelle università, in vista della riapertura a fine settembre. Si parla di «pulizie» in arrivo tra professori e accademici, così come del resto ai livelli alti dell'amministrazione (pare che 40 diplomatici siano stati richiamati per il loro presunto appoggio alle prioteste post voto).
    L'approvazione del governo è stata una battaglia non facile, anche se il presidente infine l'ha vinta di buona misura. A testimoniarlo, il dettaglio diffuso da Khabaronline, sito web vicino al presidente del parlamento ali larijani (conservatore critico del presidente): riferisce di un intenso lavorio, tra inviti a Iftar (la cena del ramadan) e consultazioni notturne, e di una lettera della Guida suprema ricevuta mercoledì da ogni deputato al parlamento: chiedava di dare la foducia al governo per «mostrare unità di fronte al nemico» esterno e interno. L'effetto è visibile. E l'approvazione più alta, 227 voti su 286, è stata riservata al brigadiere Ahmad Vahidi, ministro della difesa: la sua nomina è stata commentata in occidente come una provocazione, perché Vahidi è ricercato dall'Interpol, su richiesta dell'Argentina, con l'accusa di aver organizzato l'attentato a un centro culturale ebraico a Buenos aires nel 1994 (l'Iran ha sempre respinto l'accusa).

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