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Emanuela Bussolati (autrice di libri illustrati)
e.bussolati@alice.it
  • in libreria

    Che cosa significa aprire un libro e leggerlo a un bambino? E' davvero come aprire una porta su molte stanze? E' davvero come guardare il tempo che passa attraverso la clessidra delle pagine? E' davvero mettersi in gioco?

     

    Forse dopo tanti incontri con i bambini, dopo tanti convegni, dopo avere imparato le "regole per fare amare la lettura"viene voglia di rompere ogni tipo di schema, per evitare che poi ti si calzi addosso come una corazza e che vincoli il cervello. Fatto sta che ora in libreria si può trovare Tararì tararera, un mio libro, scritto con l'intenzione di rimettere alla prova me stessa, prima di tutto.

    Mi sono resa conto in questi anni che la tecnica di lettura toglie spesso all'apprendista lettore il gusto di leggere. E su questo ormai si è discusso parecchio. Come sulla necessità di dare libri ai bambini ancora in età precoce. 

    Come dire: i bambini vanno svezzati, devono abituarsi a cibi di sapori diversi, imparare a mangiare con gusto e a tenere in mano le posate. 

    Ma quanta pazienza, quanti giochi sanno inventare papà, mamme, nonni, per invogliare il bambino ad assaggiare e ad apprezzare un cibo tanto diverso dal latte?

    Il "trucco" sta tutto in questa dedizione. Meglio, in questa partecipazione a una avventura nuova, quella di scoprire insieme una esperienza piacevole e sconosciuta. 

    Per i libri è la stessa cosa. Un bambino piccolo scopre il libro come contenitore di storie, di intimità, di creatività solo se il libro si anima e il libro si anima solo se un adulto apre quella copertina con senso di complicità, voglia di mettersi in gioco e antenne tese al bambino.

    Tararì tararera è una storia semplice: un piccolino cerca il suo spazio di autonomia. Fa "il furbo" credendosi grande. Vive qualche avventura. Ritrova la mamma, che dopo un attimo di felicità lo sgrida per bene, come farebbe ogni mamma. Infine viene considerato "grande" in virtù del fatto che è riuscito a cavarsela e a farsi un grande amico.

    Ma il libro è scritto in lingua Piripù. Una lingua inventata, sonora, scoppiettante, fatta per essere letta facendo le voci, allargando o stringendo la bocca, alzando o abbassando la voce. Mi dicono che funziona. Non c'è bisogno di un CD ma di un adulto che non si vergogni di essere contemporaneamente grande e bambino. Ne sono felice. Perché vedere un genitore che si diverte a leggere una storia, è un'esperienza bellissima per un bambino.

    Negli incontri fatti in libreria i bambini più grandi (si fa per dire) e i loro genitori vengono poi invitati a inventare il proprio Piripù e le avventure che ne conseguono. Un Piripù è facile da disegnare, perché si fa strappando la carta a forma di otto e aggiungendo zampette e coda ma anche cappelli, striscie, pallini... come si può vedere nella foto qui sotto. Nessun bisogno di dimostrarsi "all'altezza". Nessun bisogno di essere "bravi a disegnare". Ma invece è importante prendere coscienza di quanto siano importanti dei momenti di creatività con il proprio bambino. Non è la semplice conclusione di una lettura gioco. E' l'inizio di molte altre storie, di un "lessico famigliare" di un interesse per la lettura con le radici nell'affettività. 

     

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